Povera Italia: sempre a lamentarci. Va bene, spesso abbiamo ragione, ma a volte abbiamo sott’occhio dei veri e propri gioielli e non ce ne rendiamo conto abbastanza forse. È il caso di “This must be the place” di Paolo Sorrentino. Regista italiano, produzione italo-franco-irlandese: un nostro prodotto comunque. E, per fortuna, si colloca al secondo posto tra i film più visti del fine settimana (anche se sapere che al primo posto c’è Matrimonio a Parigi mette un po’ di tristezza) e viene proiettato anche nelle poche sale rimaste qui a Pavia, motivo per cui non è nemmeno necessario prendere la macchina per andare fino al multisala più vicino per vederlo. Nonostante questo merita un po’ di pubblicità, un po’ di pubblicità in più rispetto a quella che già è stata fatta.
Perché andare a vedere questo film e spendere i soldi del biglietto? Le ragioni sono molteplici. Non è necessario parlare della trama, che si può reperire su qualsiasi sito internet, ma si può dire molto del confezionamento dell’opera.
Prima di tutto il protagonista: Sean Penn. Da anni è una garanzia di ottima qualità di una pellicola (basti pensare anche solo al recentissimo Milk), ma questa volta ha dato davvero il meglio di sé. Il suo non è un ruolo facile, i rischi non erano pochi: scivolare nel grottesco, finire nel ridicolo, sconfinare nel deprimente solo per citarne alcuni. Invece la sua è un’interpretazione magistrale, tanto che, forse, definirla da Oscar è riduttivo. In ogni momento, ad ogni movimento o espressione è in grado di mostrare il proprio spaesamento rispetto al mondo che lo circonda, e questo in qualunque circostanza, anche in quelle che dovrebbero risultargli più famigliari. Un personaggio un po’ naif, un Peter Pan moderno che sceglierà di abbandonare la sua isola che non c’è. Ma, ovviamente, non è solo e nella recitazione ogni attore ha dato il massimo.
Secondo: le battute e i dialoghi. C’era anche qui un grande rischio: quello di premere troppo sulla pateticità (intesa come pathos) o di sottolineare i momenti tristi (la trama, si sa, non è delle più allegre); invece il risultato ottenuto è l’opposto. Tutto il film è pervaso da una brezza di leggerezza e spensieratezza, come se venisse emanata dal protagonista stesso e non sono pochi i momenti in cui il pubblico in sala è portato a ridere spontaneamente, senza la necessità di battute ricercate o di cadere nell’umorismo più becero. Ritengo che sia una delle caratteristiche più gradevoli del film.
Per concludere le scelte riguardo alla fotografia e alla musica. Il titolo viene dall’omonima canzone dei Talking Heads, il film parla di un ex rockstar, eppure c’è pochissima musica all’interno della pellicola. Sono pochi i momenti accompagnati da una colonna sonora e solo quelli decisivi, quelli in cui sta avvenendo qualche svolta. Potrebbe sembrare strano, abituati come siamo ad avere la theme song anche nei servizi del telegiornale, invece questo silenzio regala un po’ di quella estraneità e inadeguatezza provati dal protagonista. E la fotografia è improntata sullo stesso principio, a volte quasi a voler congelare gli istanti, come a rendere dei veri e propri scatti fotografici. Sembra in alcuni passaggi di sfogliare un album di fotografie (cosa che con l’avvento delle macchine digitali non siamo più abituati a fare) e di ritornare in una condizione di non-tempo in cui si potrebbe collocare tutta la vicenda, anche se non mancano i rimandi diretti alla nostra situazione storica.
Insomma, vi devo dire qualcos’altro per convincervi?
Xoxo
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