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sabato 12 novembre 2011

Prime luci o tramonto?

Ci sono poche certezze nella vita e una di queste sono i libri di Fabio Volo. Quando si comprano i suoi libri si sa esattamente cosa si troverà all'interno, per questo vende innumerevoli copia ed è tradotto nelle principali lingue straniere: non perchè sia alta letteratura (questo lo sappiamo da sempre), me perchè risponde a delle aspettative, così come i suoi programmi (in radio o in televisione) o i suoi film.
Peccato che "Le prime luci del mattino", fresco di stampa per Mondadori al "modico" prezzo di 19 euro, non rispetti nessuno degli accordi tacitamente stipulati con il pubblico.
Anche i romanzi precedenti abbondavano di luoghi comuni, ma non in modo piatto e freddo come questo. Se fosse un libro scritto bene si potrebbe definirlo un puro esercizio di stile, ma sicocme non lo è non saprei come altro inquadrarlo se non come un accostamento mal riuscito e poco curato di una sfilza di banalità che nemmeno il lettore più affezionato potrebbe tentare di giustificare o rendere piacevole. Quello che si trovava nelle pubblicazioni antecedenti erano realtà semplici, quotidiane, snza alcuna pretesa di originalità, ma in cui tutti (o quasi) potevano riconoscersi, qualcosa per cui sorridere o ridere addirittura, qualcosa con un'anima anche se un po' bruttino. Questa volta non traspare nulla dell'ironia e della simpatia dell'autore.
Non credo che sia nemmeno definibile come romanzo: non c'è una storia, non c'è un solo punto che spinga a continuare a voltare le pagine per raggiungere l'ultima se non, forse, la speranza, sempre più flebile nel corso della lettura, che ci sia una svolta, che il libro migliori e si riveli un buon investimento di quei 19 euro. Al contrario, la banalità e la scontatezza imperlate in questo modo tendono a divenire realmente fastidiose, così come il continuo saltellare avanti e indietro tra pagine di un diario scritto chissà quando (da chi ci viene rivelato subito) e una prima persona narrante che parla al presente (sì, ma quale presente? Dov'è l'Italia che stiamo vivendo? Dove sono i problemi che l'autore conosce perfettamente ed è solito affrontare anche e soprattutto dal punto di vista politico?) invogliano molto a chiudere il libro e rimanere a godersi la copertina che, a dispetto del contenuto, non è malvagia.
Non è un romanzo: non c'è alcun inquadramento temporale, nè spaziale. La non-storia potrebbe avere luogo in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo, ma questo, purtroppo, non è un pregio. Ci vuole una connotazione, anche minima, ma non si può lasciare tutto a galleggiare in un etere irreale che dubito esista anche nella fantasia dello stesso autore. I romanzi riusciti, i personaggi che amiamo, i luoghi in cui andiamo dopo aver letto un  libro o che riconosciamo tra le righe perchè ci siamo già stati qui latitano. Non c'è nulla a cui aggrapparsi per affezionarsi, come d'altra parte non c'è sentimento in nessun luogo del libro, nemmeno in una parola, nulla. Viene quasi il dubbio che Fabio Volo sia stato costretto a scriverlo contro la propria volontà, o che non l'abbia mai riletto, o che non fosse che lo scheletro per una storia ancora da costruire, quell'abstract che, forse, non andrebbe nemmeno presentato all'editore per quanto scarno. È un passaggio, certo, ma deve essere fatto evolvere. Fosse un'opera prima non sarebbe stato pubblicato. Fosse di qualcuno il cui nome non assicura una vendita di almeno 10000 copie in un battere di ciglia non sarebbe stato pubblicato.
E poi l'errore fondamentale: un uomo non dovrebbe scrivere in prima persona recitando la parte di un personaggio femminile. Forse nemmeno dopo uno studio approfondito, figuriamoci senza nemmeno aver mai ascoltato i discorsi, le paure o i racconti di un'amica sincera senza nel frattempo essersi costruiti la propria versione della storia, supposizione che nasce dalla lettura di queste pagine. Si sente che l'autore non si riconosce minimamente nella sua protagonista. Forse è stato troppo impegnato a raffazzonare commenti sulle donne per mettere insieme queste 244 pagine per provare a dare un alito di vita a questa donna che per un po' si comporta come una donna matura e navigata e per un po' come una liceale. Il vero problema è che nemmeno i personaggi secondari sono caratterizzati: dall'amica, al marito, alla "sorpresa" finale che, comunque, si intuisce abbastanza precocemente, e, soprattutto, all'amante non c'è nessuno che rimarrà in mente. Fantasmi. Senza nemmeno delle catene da far cigolare.
Fino a pagina 89 un mortorio tale da domandarsi perchè si sia dato la briga di scriverlo, poi una serie di sbrodolate sul sesso con meno stile del solito. Forse sarebbe il caso di rivedere le proprie priorità e tornare a concentrarsi sulla realtà.

Xoxo

lunedì 24 ottobre 2011

This must be the movie!



Povera Italia: sempre a lamentarci. Va bene, spesso abbiamo ragione, ma a volte abbiamo sott’occhio dei veri e propri gioielli e non ce ne rendiamo conto abbastanza forse. È il caso di “This must be the place” di Paolo Sorrentino. Regista italiano, produzione italo-franco-irlandese: un nostro prodotto comunque. E, per fortuna, si colloca al secondo posto tra i film più visti del fine settimana (anche se sapere che al primo posto c’è Matrimonio a Parigi mette un po’ di tristezza) e viene proiettato anche nelle poche sale rimaste qui a Pavia, motivo per cui non è nemmeno necessario prendere la macchina per andare fino al multisala più vicino per vederlo. Nonostante questo merita un po’ di pubblicità, un po’ di pubblicità in più rispetto a quella che già è stata fatta.
Perché andare a vedere questo film e spendere i soldi del biglietto? Le ragioni sono molteplici. Non è necessario parlare della trama, che si può reperire su qualsiasi sito internet, ma si può dire molto del confezionamento dell’opera.
Prima di tutto il protagonista: Sean Penn. Da anni è una garanzia di ottima qualità di una pellicola (basti pensare anche solo al recentissimo Milk), ma questa volta ha dato davvero il meglio di sé. Il suo non è un ruolo facile, i rischi non erano pochi: scivolare nel grottesco, finire nel ridicolo, sconfinare nel deprimente solo per citarne alcuni. Invece la sua è un’interpretazione magistrale, tanto che, forse, definirla da Oscar è riduttivo. In ogni momento, ad ogni movimento o espressione è in grado di mostrare il proprio spaesamento rispetto al mondo che lo circonda, e questo in qualunque circostanza, anche in quelle che dovrebbero risultargli più famigliari. Un personaggio un po’ naif, un Peter Pan moderno che sceglierà di abbandonare la sua isola che non c’è. Ma, ovviamente, non è solo e nella recitazione ogni attore ha dato il massimo.
Secondo: le battute e i dialoghi. C’era anche qui un grande rischio: quello di premere troppo sulla pateticità (intesa come pathos) o di sottolineare i momenti tristi (la trama, si sa, non è delle più allegre); invece il risultato ottenuto è l’opposto. Tutto il film è pervaso da una brezza di leggerezza e spensieratezza, come se venisse emanata dal protagonista stesso e non sono pochi i momenti in cui il pubblico in sala è portato a ridere spontaneamente, senza la necessità di battute ricercate o di cadere nell’umorismo più becero. Ritengo che sia una delle caratteristiche più gradevoli del film.
Per concludere le scelte riguardo alla fotografia e alla musica. Il titolo viene dall’omonima canzone dei Talking Heads, il film parla di un ex rockstar, eppure c’è pochissima musica all’interno della pellicola. Sono pochi i momenti accompagnati da una colonna sonora e solo quelli decisivi, quelli in cui sta avvenendo qualche svolta. Potrebbe sembrare strano, abituati come siamo ad avere la theme song anche nei servizi del telegiornale, invece questo silenzio regala un po’ di quella estraneità e inadeguatezza provati dal protagonista. E la fotografia è improntata sullo stesso principio, a volte quasi a voler congelare gli istanti, come a rendere dei veri e propri scatti fotografici. Sembra in alcuni passaggi di sfogliare un album di fotografie (cosa che con l’avvento delle macchine digitali non siamo più abituati a fare) e di ritornare in una condizione di non-tempo in cui si potrebbe collocare tutta la vicenda, anche se non mancano i rimandi diretti alla nostra situazione storica.
Insomma, vi devo dire qualcos’altro per convincervi?

Xoxo